Recensione

Riccardo Imperiale, Erica Autelli, Elmar Schafroth (a cura di) 2025. Manuale di fraseologia italiana. Edizioni dell'Orso

Book review

Riccardo Imperiale, Erica Autelli, Elmar Schafroth (eds.) 2025. Manuale di fraseologia italiana. Edizioni dell'Orso

Lorenzo Zanasi

Eurac Research (Bolzano, Italia)

lorenzo.zanasi@eurac.edu

https://orcid.org/0000-0002-4439-6567

Ricevuto il 26/1/2026, accettato il 1/2/2026, pubblicato il 15/10/2026

Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

© 2026 Lorenzo Zanasi

Come citare questa recensione

Zanasi, Lorenzo 2026. Recensione. Riccardo Imperiale, Erica Autelli, Elmar Schafroth (a cura di) 2025. Manuale di fraseologia italiana. Edizioni dell'Orso. Studia linguistica romanica 2026.16, 18-27. https://doi.org/10.25364/19.2026.16.2.

Parole chiave

Linguistica italiana, fraseologia, lessicografia.

Keywords

Italian linguistics, phraseology, lexicography.

[1] Il Manuale di fraseologia italiana curato da Riccardo Imperiale, Erica Autelli e Elmar Schafroth e uscito per le Edizioni dell'Orso nel 2025, è un poderoso volume (739 pagine, stampate in formato accademico) che si propone – come dichiarato nella quarta di copertina – di offrire «una visione di insieme dei concetti di base della fraseologia e di fornire riflessioni innovative su alcune questioni teoriche-concettuali». L'opera è organizzata in tre macro-sezioni: (i) Concetti di base, (ii) Classi e sottoinsiemi di fraseologismi, (iii) Caratteristiche dei fraseologismi. Ognuna raccoglie un numero variabile di contributi (più corpose le prime due e limitata a due contributi la terza). Una nutrita bibliografia finale costituisce una quarta sezione.

[2] Se l'architettura del volume è presto descritta, prima di addentrarsi nel suo ricchissimo contenuto è necessario soffermarsi su alcuni aspetti utili a inquadrare il testo rispetto agli autori, ai destinatari e alle finalità. Innanzitutto, scorrendo l'indice in apertura di libro, si può notare come la provenienza degli autori rifletta una composizione internazionale: accanto ad accademici di università italiane (del sud, del centro e del nord della penisola), ci sono rappresentanti del mondo germanofono (Innsbruck, Düsseldorf, Heidelberg) e, in un caso, russofono (Accademia russa delle Scienze, di Mosca). Un tale profilo non emerge solamente da ragioni contingenti (per esempio i percorsi professionali dei curatori), ma anche dalla tradizione degli studi fraseologici, assai solida e sistematica sia in Russia che in Germania e, viceversa, ancora in via di sviluppo e consolidamento in Italia (cf. Introduzione, pp. 45-49). Il testo ambisce quindi a riempire un vuoto nel panorama scientifico italiano, muovendo da un apparato teorico, unitario e classificatorio di matrice sostanzialmente austro-germanica e integrando le prospettive, convergenti o meno, della ricerca italiana. I curatori hanno mantenuto le peculiarità dei diversi argomenti, segnalando, compito non facile, le divergenze terminologiche e concettuali.

[3] L'introduzione, firmata dai tre curatori, annuncia implicitamente il tono e i possibili destinatari del 'manuale', termine che, va detto subito, è da porre qui tra virgolette, perché non può essere inteso nel suo significato di strumento didattico agevole, articolato in obiettivi di apprendimento espliciti e progressivi e scritto con linguaggio calibrato per studenti non esperti. Questo manuale non è una risorsa di consultazione o di orientamento per un corso universitario di base, ma è una raccolta di saggi mediamente lunghi, profondamente articolati, scritti (e tradotti e rivisti da Francesca Martulli) in maniera eccellente, caratterizzati da un registro accademico-specialistico e destinati a un lettore niente affatto digiuno di linguistica.

[4] Alle finalità dell'opera abbiamo accennato in apertura; tuttavia, è opportuno spendere qualche parola anche sugli obiettivi citati, che puntano a esigenze diverse. Da una parte si mira a una descrizione dei concetti di base della fraseologia e dunque ci si posiziona in un orizzonte manualistico e didattico. Dall'altra si perseguono riflessioni innovative sul piano teorico e dunque ci si posiziona in un orizzonte specialistico e speculativo. Le due finalità sono parallele e intrecciate, perché per seguire gli autori nelle loro speculazioni, bisogna già possedere le nozioni di base che il manuale intende fornire. E il bagaglio concettuale in effetti è presente ed è descritto analiticamente, ma è pienamente fruibile a patto di orientarsi dapprima nella necessaria e continua messa a punto terminologica fatta da distinzioni, accostamenti, sovrapposizioni parziali, avvertenze d'uso. In conclusione, i curatori maneggiano una materia magmatica e sta al lettore (esperto) identificarne le linee comuni e i punti fermi per riuscire a coglierla.

[5] L'Introduzione generale (pp. 3-57), collocata nella prima sezione, anticipa in larga misura i temi portanti del volume e insiste sulle proprietà tradizionalmente considerate distintive dei fraseologismi: polilessicalità, fissità e idiomaticità, presentate come criteri la cui definizione oscilla tra tradizioni diverse. Il testo mette subito in evidenza un problema strutturale del campo: la terminologia riflette impostazioni teoriche concorrenti; per questo il lettore è guidato a leggere i concetti sempre nel loro retroterra disciplinare. In questa cornice emerge anche l'attenzione a nozioni affini come l'idiosincrasia, utili a superare semplificazioni (per esempio l'idea che l'idiomaticità coincida con l'opacità assoluta).

[6] Il contributo di Erica Autelli (pp. 59-86) sulle fraseologie storiche italiane ha la funzione di dotare l'opera di un'esplicita profondità diacronica, meno presente nei saggi successivi. L'autrice ricostruisce la presenza di raccolte e tradizioni pre-disciplinari tra il 16° e il 20° secolo, mostrando come la fraseologia sia stata oggetto di osservazione ben prima della sua istituzionalizzazione accademica. La ricognizione terminologica comparata (anche in prospettiva europea) colloca l'Italia in un panorama più ampio di generi e pratiche di raccolta.

[7] Il terzo contributo (pp. 87-122), a firma di Martina Nicklaus, è dedicato alla terminologia della fraseologia e mette in luce, con chiarezza, uno degli aspetti più caratteristici (e problematici) del settore: la natura intrinsecamente plurale della disciplina. La scelta dell'autrice di ricostruire la genealogia terminologica attraverso le diverse tradizioni nazionali – dalla scuola sovietica alla romanistica e germanofona, fino agli sviluppi più recenti di matrice anglosassone – consente di cogliere non solo l'evoluzione storica delle definizioni, ma anche la persistenza di prospettive teoriche profondamente eterogenee. Ne deriva un quadro volutamente non pacificato, dove termini apparentemente condivisi – fraseologia, locuzione, collocazione, idioma – risultano in realtà portatori di ipotesi teoriche differenti e talvolta divergenti. Piuttosto che appiattire la complessità, Nicklaus lascia risaltare come essa sia parte costitutiva del campo e, in un certo senso, la sua ricchezza.

[8] I tre capitoli centrali – Polilessicalità, Fissità e Idiomaticità – si focalizzano sulla discussione delle caratteristiche di fondo dei fraseologismi e sui loro criteri. La polilessicalità (pp.123-167) viene trattata da Riccardo Imperiale e Erica Autelli come problema teorico e descrittivo: definire unità polilessicali implica interrogare nozioni come parola, lessema, morfema e chiarire quali tipi di coesione rendano una combinazione più di una sequenza libera. Come si riconosce un'unità polilessicale? Quali criteri permettono di distinguerla da una semplice combinazione libera di parole? Gli autori partono da una minuziosa analisi dei concetti di parola, lessema e morfema, seguita da una disamina sui rapporti che intercorrono tra i costituenti minimi dei fraseologismi, per giungere a una proposta di definizione del concetto di polilessicalità.

[9] La fissità (pp. 169-203) è riletta da Tiziana Elmi come proprietà non assoluta: accanto a restrizioni morfosintattiche (ordine, sostituibilità, flessione) contano fattori semantici e pragmatici, ma anche aspetti psicolinguistici (frequenza, memorizzazione come blocchi) e dati di uso. L'esito è una visione continuista tra combinazioni libere e fraseologismi. La parte conclusiva mette in discussione l'idea di fissità assoluta, introducendo i concetti di gradualità e variabilità tra combinazioni libere e fraseologiche, sostenuti dai dati di corpus e dagli approcci cognitivi. Ne deriva una concezione della fraseologia come sistema dinamico, in cui la fissità resta un criterio fondamentale ma relativo, da valutare caso per caso.

[10] Anche l'idiomaticità, nel contributo di Dmitrij Dobrovol'skij (pp. 205-233), viene sottratta all'equivalenza automatica con la noncomposizionalità: l'idiomaticità è graduale e può riguardare non solo il significato, ma anche selezioni lessicali e valori pragmatici; la frequenza d'uso di una combinazione rafforza la sua convenzionalizzazione nella comunità linguistica e fa sì che quella combinazione venga immagazzinata e richiamata come un'unità preferita, cioè come single choice nella competenza del parlante. Quando deve esprimere un certo contenuto, il parlante non valuta ogni volta tutte le alternative possibili: la forma frequente viene selezionata automaticamente come scelta unica o prioritaria (p. es. usare il verbo prendere in prendere una decisione è una scelta determinata dall'uso e non prevedibile dal punto di vista semantico). Importante è la distinzione tra idiomaticità e figuratività: spesso intrecciate, ma non coincidenti. Attraverso criteri di natura concettuale come l'image requirement e l'additional naming (Dobrovol'skij & Piirainen 2005), l'autore mostra come si possano distinguere le unità figurate del lessico da quelle non figurate. Infine, si discutono le modalità di elaborazione cognitiva e di immagazzinamento delle locuzioni idiomatiche. I dati suggeriscono che i significati letterali dei costituenti non vengano soppressi, ma restino cognitivamente accessibili, dando conto della produttività creativa delle locuzioni.

[11] Chiude la sezione il contributo di Elmar Schafroth (pp. 235-316), intitolato, eloquentemente, Classificazione. Si tratta del saggio più lungo del volume e al suo interno l'autore ribadisce le già menzionate difficoltà teoriche e operative che accompagnano ogni tentativo di tassonomizzare le unità fraseologiche. Da qui la necessità di abbandonare classificazioni rigide a favore di un approccio ispirato al concetto wittgensteiniano di somiglianze di famiglia. In questa prospettiva, Schafroth adotta il modello centro-periferia: al centro si collocano i fraseologismi prototipici, in particolare le locuzioni idiomatiche, mentre le unità più lontane dal prototipo occupano posizioni periferiche e ibride. Il capitolo riprende criticamente i criteri fraseologici tradizionali – idiomaticità (o non composizionalità), polilessicalità e fissità – segnalando come siano ampiamente usati ma difficili da operazionalizzare in modo coerente. In particolare, la fissità viene reinterpretata come risultato di processi di convenzionalizzazione, non solo semantici ma anche pragmatici. Seguendo Feilke (2004), Schafroth distingue tra coniazioni semantiche e pragmatiche, e all'interno di queste ultime tra coniazioni sociali, testuali e topiche, ampliando così l'orizzonte della fraseologia oltre il solo piano lessicale. Un nodo centrale è la delimitazione tra lessicologia e fraseologia. Il tradizionale modello della parola tende a escludere i lessemi monolessicali, anche quando presentano opacità o significati figurati. Schafroth ripercorre le critiche a questa impostazione e richiama approcci alternativi, come la Conventional figurative language theory, che concepisce le locuzioni idiomatiche anche come parte del lessico figurato convenzionale, rendendo poroso il confine tra le due discipline.

[12] La seconda sezione (Classi e sottoinsiemi di fraseologismi) entra nel dettaglio di alcune categorie. Le locuzioni idiomatiche (pp. 319-350) sono presentate da Francesca Martulli, che apre con una ricognizione critica dei principali approcci in tre tradizioni: inglese, tedesca e italiana. Questa parte serve a mostrare la nonunivocità dei criteri, la difficoltà di isolare le locuzioni idiomatiche come classe compatta, e il rischio di ridurle a residui noncomposizionali. Martulli, poi, avanza una propria proposta classificatoria, restringendo il campo a unità polilessicali lessicalizzate con significativo grado di opacità semantica e forte fissità, ben distinte da collocazioni e altre costruzioni convenzionali.

[13] Massimo Fanfani tratta i proverbi (pp. 351-388) come unità fraseologiche poste al crocevia tra lessico, sintassi, semantica e pragmatica. Il proverbio è definito da quattro proprietà fondamentali: convenzionalità, fissità formale, autonomia sintattica e soprattutto sentenziosità, cioè la capacità di veicolare in forma lapidaria un messaggio generale, normativo o valutativo. Quest'ultima costituisce il tratto davvero distintivo rispetto ad altri frasemi. Il valore proverbiale nasce dal rapporto stabile tra forma cristallizzata e significato, ed è caratterizzato da un nucleo semantico relativamente stabile accompagnato da una pluralità di accezioni contestuali. Il significato letterale non viene mai completamente cancellato: anche nei proverbi idiomatici rimane come sfondo cognitivo, mentre nei proverbi composizionali il rapporto tra letterale e traslato è bidirezionale. Fanfani distingue inoltre tra semantica proverbiale e messaggio del proverbio: la prima riguarda il significato convenzionale, il secondo l'uso pragmatico e contestuale, che può essere metaforico, ironico o antifrastico. Ampio spazio è dedicato al riuso dei proverbi: se l'uso tradizionale tende a ridursi nel parlato comune, i proverbi mostrano oggi una forte vitalità nei linguaggi giornalistici, politici e pubblicitari. Gli schemi proverbiali fungono da modelli per slogan e motti, in un rapporto bidirezionale tra proverbio e comunicazione contemporanea.

[14] Il contributo di Federica Casadei (pp. 389-433) esplora la nozione di formula. Dopo una ricognizione critica della letteratura, l'autrice evidenzia come la formularità sia stata spesso marginalizzata negli studi fraseologici, perché caratterizzata più sul piano funzionale-pragmatico che su quello lessico-semantico. A partire dalla nozione di formulaic language (Coulmas 1994), Casadei distingue cinque accezioni di formularità: fraseologica, pragmatica, ritualistica, stereotipica e poetica. Questa pluralità di usi porta a considerare formula sia come termine specifico sia come termine ombrello, capace di includere fenomeni molto diversi (dalle locuzioni fisse ai rituali linguistici, fino a sequenze non verbali). L'autrice propone una classificazione a prototipo della formula, definita come un'espressione polilessicale, relativamente fissa, lessicalmente specificata, dotata di autonomia enunciativa e caratterizzata da una funzione pragmatico-comunicativa convenzionalizzata. Sulla base della funzione, Casadei distingue formule emotive, discorsivo-testuali e sociali. Queste ultime comprendono formule di routine (saluti, ringraziamenti, scuse, auguri, congratulazioni) e formule rituali, spesso obbligatorie e prive di alternative in contesti altamente istituzionalizzati (religiosi, giuridici, militari). Le formule discorsive organizzano il testo e l'interazione, mentre quelle emotive esprimono stati affettivi del parlante.

[15] Il capitolo dedicato alle frasi idiomatiche (pp. 435-491), a cura di Riccardo Imperiale, Elmar Schafroth e Luisa Giacoma, muove da un inquadramento teorico generale e giunge alle ricadute lessicografiche e alle prospettive di rinnovamento della fraseografia italiana. Le frasi idiomatiche vengono concepite come unità frasali convenzionalizzate che non servono solo a descrivere stati di cose, ma a esprimere un atteggiamento del parlante nei confronti di una situazione concreta. Il loro significato è quindi intrinsecamente attitudinale e può essere rappresentativo, valutativo o emotivo, spesso con sovrapposizioni tra questi livelli. A differenza delle locuzioni verbali o di altre espressioni idiomatiche più flessibili, le frasi idiomatiche tendono a presentarsi come enunciati completi e autonomi, utilizzati come atti linguistici ricorrenti e riconoscibili nella pratica comunicativa. Dal punto di vista del significato, il capitolo insiste sul fatto che le frasi idiomatiche operano su due piani inseparabili. Da un lato vi è uno scarto semantico tra la struttura letterale e il significato fraseologico, che può manifestarsi come opacità, incompatibilità semantica o arricchimento figurativo. Dall'altro lato vi è un valore comunicativo stabilizzato, che riguarda il modo in cui l'enunciato funziona come atto linguistico e che è spesso codificato grammaticalmente nel tipo di frase, nella polarità, nella morfologia verbale o nell'intonazione. Una parte sostanziale del capitolo è dedicata al trattamento delle frasi idiomatiche nella lessicografia italiana. L'analisi rivela che esse non sono riconosciute come categoria autonoma e vengono di norma disperse sotto etichette generiche come modi di dire, locuzioni o polirematiche. Nei grandi dizionari storici e nei dizionari più diffusi il trattamento risulta spesso incoerente, come dimostra il caso esemplare di gatta ci cova, registrata sotto lemmi diversi, con classificazioni e spiegazioni variabili. Da questa constatazione nasce l'esigenza di una nuova fraseografia, capace di integrare forma, significato, uso e dimensione pragmatica.

[16] Christine Konecny (pp. 493-525) offre una trattazione ampia e sistematica delle collocazioni, definite come combinazioni lessicali non completamente libere né pienamente idiomatiche, caratterizzate da una preferenza combinatoria stabile tra una base e un collocatore. Dopo un inquadramento storico-teorico, l'autrice ricostruisce le principali tradizioni di studio: dal contestualismo britannico (John R. Firth e allievi) alla fraseologia europea, con particolare attenzione a Charles Bally, Walter Porzig e Eugenio Coseriu. Rilevante è l'assunzione della struttura base-collocatore, che Konecny adotta dal romanista Franz J. Haussmann come riferimento privilegiato per la sua utilità descrittiva, lessicografica, didattica e contrastiva. Un'ampia sezione è dedicata alla distinzione tra collocazioni e costrutti a verbo supporto. Pur condividendo diversi tratti, i costrutti a verbo supporto si caratterizzano per una forte desemantizzazione del verbo e per il ruolo centrale del sostantivo azionale. In italiano, a causa di specificità tipologiche, i confini tra costrutti a verbo supporto e collocazioni risultano particolarmente sfumati. Il cuore del contributo è rappresentato dalla classificazione delle collocazioni, articolata secondo criteri morfosintattici e semantici. Sul piano morfosintattico vengono individuati sette tipi principali (verbali, nominali, aggettivali, preposizionali ecc.), all'interno dei quali una stessa collocazione può realizzarsi in strutture diverse e in cui i sostantivi svolgono spesso il ruolo di base. Sul piano semantico, Konecny propone una tipologia scalare che va da collocazioni altamente specifiche e coese a combinazioni più libere, passando per casi metaforici, metonimici e settoriali. Ampio spazio è riservato ai fenomeni particolari, come le collocazioni a struttura tripla, le collocazioni semi-idiomatiche (in cui solo uno dei componenti è idiomatico) e le collocazioni con sintassi atipica. Tali fenomeni indicano come le collocazioni possano incorporare processi di metaforizzazione, ellissi, assorbimento lessicale e specializzazione di registro.

[17] Chiudono la sezione tre contributi che testimoniano la continuità tra fraseologia e lessico-grammatica. Valentina Piunno descrive le costruzioni a schema fisso (pp. 527-554), ovvero «combinazioni di parole caratterizzate da una rigida struttura sintattica e da una ridotta specificità lessicale» (p. 528), come per esempio le costruzioni prendere a sassate, prendere a cannonate e simili. Il capitolo ricostruisce lo stato dell'arte, evidenziando come la nozione di costruzione a schema fisso emerga da diverse tradizioni: strutturalista (in particolare di scuola saussuriana), funzionalista, fraseologica tedesca (studi di Jürg Häusermann prima, e di Wolfgang Fleischer e Harald Burger poi) e, più recentemente, dalla Grammatica delle costruzioni. In questo quadro, le costruzioni a schema fisso sono viste come pattern acquisiti dall'uso, immagazzinati nella competenza del parlante e organizzati in reti di costruzioni. Piunno poi si sofferma sui parametri di classificazione delle costruzioni a schema fisso, nominando in particolare quelli che aiutano a differenziare questa classe da altri fenomeni combinatori. I criteri in vigore portano a distinguere due gruppi: le costruzioni a schema fisso di natura sintagmatica e quelle frasali, entrambe descritte nella seconda parte del contributo.

[18] Nel capitolo sui composti (pp. 555-580), Maurizio Dardano e Gianluca Frenguelli adottano una prospettiva lessematica che consente di analizzare questa classe linguistica, astraendo dalla grande variabilità delle forme flesse, i cui confini morfemici sono molteplici e cambiano da lingua a lingua. Gli autori problematizzano poi i tradizionali criteri di distinzione tra composti e polirematiche, giungendo ad affiancare criteri di tipo formale e strutturale a quello semantico, per poi proporre un'articolata classificazione dei fenomeni dei composti dell'italiano. Nelle conclusioni Dardano e Frenguelli offrono una riflessione che vale non solo per il loro articolo, ma per tutti i contributi e probabilmente per l'intero campo fraseologico. Vale la pena riportarla interamente (p. 580):

[…] come abbiamo avuto modo di riscontrare, tra alcune tipologie di composti, come anche tra composti e polirematiche o fraseologismi, non esistono infatti confini netti. Da ciò dipendono le diverse interpretazioni possibili di uno stesso formato. E tuttavia, come accade spesso, le zone di confine sono le più utili per verificare interpretazioni, porre eccezioni alle regole e alle sistemazioni. Ne conseguono la tendenza a modificare le distinzioni tradizionali e un'apertura ad analisi innovative. Oltre a permetterci di acquisire nuove abilità, l'osservazione attenta di fenomeni consente di affinare strumenti di analisi e capacità interpretative. La possibilità di fornire più spiegazioni di un fenomeno e di poter scegliere più di un percorso interpretativo rappresenta un vantaggio più che un intralcio.

[19] Segue il capitolo sulle polirematiche (pp. 581-605) di Luigi Squillante. Il concetto nasce, com'è noto, a partire da Tullio De Mauro e si consolida nella linguistica italiana, in particolare nella lessicografia. Le polirematiche sono unità lessicali formate da più parole che funzionano come un'unica unità di significato, distinguendosi dalle combinazioni libere per l'elevata coesione semantica e strutturale. La terminologia è instabile (polirematica, locuzione, espressione polilessicale, multiword expression), e riflette la natura graduale del fenomeno. Le polirematiche presentano tratti non assoluti ma tendenziali: resistenza ai processi grammaticali ordinari, non sostituibilità dei costituenti, limitata modificabilità morfosintattica e composizionalità semantica ridotta, con diversi gradi di opacità. Viene proposta una tipologia basata sulla categoria grammaticale della testa e sulla funzione sintattica dell'espressione. Essa si articola in polirematiche nominali, verbali, aggettivali, avverbiali, preposizionali, pronominali, congiunzionali, interiettive. La parte finale ripercorre gli approcci teorici: dallo strutturalismo, che colloca le polirematiche tra lessico e grammatica, al generativismo, che tende a relegarle nel lessico come eccezioni. Approcci successivi e corpus-based le interpretano come combinazioni convenzionalizzate lungo un continuum fraseologico che include collocazioni e idiomi. Ne risulta una visione non categoriale, che richiede un approccio integrato tra grammatica, lessico e uso.

[20] La terza sezione approfondisce dimensioni trasversali. Il capitolo Valenze, sintassi interna ed esterna di Fabio Mollica (pp. 609-630) propone di ripensare la descrizione sintattica dei fraseologismi verbali (Burger 2015: 33) tramite l'interazione tra valenza e Grammatica delle costruzioni. L'obiettivo è mostrare che locuzioni idiomatiche, collocazioni verbo-nome e costruzioni a verbo supporto non possono essere descritte adeguatamente né solo in termini di valenza verbale né solo come costruzioni, ma richiedono una doppia prospettiva. Da un lato, infatti, il verbo mantiene proprietà valenziali simili a quelle dell'uso libero; dall'altro, l'unità fraseologica introduce restrizioni lessicali, semantiche e sintattiche che modificano il comportamento argomentale. La grammatica valenziale è particolarmente utile per descrivere la struttura argomentale, mentre la Grammatica delle costruzioni consente di spiegare la stabilizzazione formale e semantica delle combinazioni fraseologiche e la loro collocazione in uno spazio in cui interagiscono uso libero e uso fraseologico, fissità e produttività, idiosincrasia e regolarità. La frequenza d'uso, osservabile nei corpora, gioca un ruolo decisivo nel determinare quali elementi entrino stabilmente nella descrizione sintattica e quali rimangano periferici.

[21] Il contributo di Giovanni Rovere si concentra sul potenziale pragmatico di determinate unità fraseologiche (pp. 631-651). La pragmatica è concepita qui in senso ampio, come prospettiva funzionale che attraversa diversi livelli della lingua e che non si lascia delimitare nettamente rispetto alla semantica, alla sociolinguistica e alla stilistica. Fenomeni come ironia, deissi, presupposizioni o valutazioni attitudinali presentano infatti una distribuzione trasversale, spesso trattata in ambiti teorici differenti. Sul piano metodologico, Rovere discute se sia preferibile classificare i fraseologismi per categorie formali o per funzioni pragmatiche. Considerata la gradualità della marcatezza pragmatica e la difficoltà di definire inventari esaustivi di funzioni, l'autore assume come punto di partenza la marcatura pragmatica lessicografica, in particolare quella adottata nei dizionari generali. Le marche pragmatiche sono interpretate come marche diasistemiche d'uso, e vengono descritte nelle classi principali (marche invariabili, variabili, diacroniche, popolari, letterarie, ironiche). L'ambiguità riguarda in particolare le marche diacroniche (arcaico, obsoleto), i registri (formale, informale) e le valutazioni pragmatiche (ironico, scherzoso, sarcastico), che presentano ampie zone di sovrapposizione. Nei paragrafi sui segnali discorsivi e indicatori di atti linguistici, Rovere sposta l'attenzione su unità tipiche dell'interazione, spesso trascurate nella lessicografia tradizionale perché legate all'oralità. Nei dizionari contemporanei trovano invece spazio segnali come è chiaro, eh già, senti un po', non so se mi spiego, ci mancherebbe (altro), che svolgono funzioni multiple: gestione del rapporto con l'interlocutore, orientamento dell'attenzione, negoziazione del contenuto proposizionale, espressione di atteggiamenti epistemici ed emotivi. Il grado di pragmaticalizzazione è variabile: alcune locuzioni mantengono un legame trasparente con il significato originario, altre sono fortemente idiomatizzate e interpretabili solo a livello fraseologico.

[22] Al termine della sintesi dei singoli contributi, la lettura integrale del Manuale di fraseologia italiana restituisce un quadro ricco di rimandi interni, che testimoniano una curatela attenta e consapevole, orientata a far dialogare in modo sistematico le diverse parti del volume. I contributi, pur differenziandosi per oggetto e prospettive teoriche, convergono su alcuni assi portanti: le caratteristiche comuni ai fenomeni trattati, la loro concezione gradualistica, il ruolo della frequenza e dell'uso, la necessità di integrare approcci diversi, senza, tuttavia, appiattirli.

[23] L'opera ha il merito di riunire e presentare al lettore italofono teorie, classificazioni e metodologie sia provenienti da tradizioni estere, sia proposte da studiosi italiani che si sono dedicati alla fraseologia come campo di interesse personale. Come si è già osservato, il testo presuppone la capacità, da parte del lettore, di riconoscere e distinguere i diversi livelli di analisi presenti nei contributi: da un lato la dimensione di sistematizzazione dei concetti di base, dall'altro la discussione teorica e critica. Nel caso del lettore meno esperto, anche in considerazione dell'estensione del manuale, questo può richiedere un approccio di lettura selettivo e progressivo. Al tempo stesso, proprio questa stratificazione dei livelli rende il volume particolarmente fecondo: il percorso non si limita alla presentazione dei fondamenti, ma conduce a un'esplorazione dei nodi teorici centrali della fraseologia, offrendo un'esperienza di lettura che si sviluppa in profondità. Il manuale contribuisce in modo significativo a ridefinire il campo di studi, spostando la fraseologia da ambito periferico a luogo di osservazione del funzionamento della lingua.

Abbreviazioni e riferimenti bibliografici

Burger 2015 = Harald Burger 2015. Phraseologie. Eine Einführung am Beispiel des Deutschen. 5a edizione. Schmidt.

Coulmas 1994 = Florian Coulmas 1994. Formulaic language. Ron E. Asher (a cura di). The encyclopedia of language and linguistics. 3. Ear - Ins. Pergamon Press, 1292-1293.

Dobrovol'skij & Piirainen 2005 = Dmitrij Dobrovol'skij, Elisabeth Piirainen 2005. Figurative language. Cross-cultural and cross-linguistic perspectives. Elsevier.

Feilke 2004 = Helmuth Feilke 2004. Kontext – Zeichen – Kompetenz. Wortverbindungen unter sprachtheoretischem Aspekt. Kathrin Steyer (a cura di). Wortverbindungen – mehr oder weniger fest. De Gruyter, 41-64.