Recensione
Francesco Goglia, Matthias Wolny (a cura di) 2022. Italo-Romance dialects in the linguistic repertoires of immigrants in Italy. Palgrave Macmillan
Book review
Francesco Goglia, Matthias Wolny (eds.) 2022. Italo-Romance dialects in the linguistic repertoires of immigrants in Italy. Palgrave Macmillan
Franco Pauletto
Universidad Complutense de Madrid (Madrid, Spagna)
franpaul@ucm.es
https://orcid.org/0000-0002-9290-4167
Ricevuto l'8/1/2025, accettato il 19/1/2025, pubblicato il 24/10/2025
Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
© 2025 Franco Pauletto
Come citare questa recensione
Pauletto, Franco 2025. Recensione. Francesco Goglia, Matthias Wolny (a cura di) 2022. Italo-Romance dialects in the linguistic repertoires of immigrants in Italy. Palgrave Macmillan. Studia linguistica romanica 2025.14, 85-93. https://doi.org/10.25364/19.2025.14.4.
Parole chiave
Sociolinguistica, migrazione, dialetto.
Keywords
Sociolinguistics, migration, dialect.
[1] Oggetto di questa recensione è la raccolta di saggi intitolata Italo-Romance dialects in the linguistic repertoires of immigrants in Italy (Palgrave Macmillan, 2022, 265 pp.). Il volume è curato da Francesco Goglia (University of Exeter) e Matthias Wolny (Tilburg University) e fa parte della collana Palgrave studies in minority languages and communities. Francesco Goglia e Matthias Wolny sono anche autori dell'introduzione (cap. 1, pp. 1-18).
[2] Nel libro sono riunite le ricerche di esperti ed esperte di sociolinguistica della migrazione che in questa sede analizzano per la prima volta in maniera articolata la relazione della popolazione immigrata con le varietà italo-romanze. Ogni capitolo presenta un caso di studio particolare, incentrato su un dialetto: a prevalere sono soprattutto le realtà del Nord (Bergamo, l'Emilia Romagna, Padova, Udine, Venezia), ma sono rappresentati anche i casi di Roma e di due grandi aree urbane dell'Italia meridionale (Napoli e Palermo). Dal punto di vista metodologico gli approcci adottati, pur variando, vedono predominare le interviste semi-strutturate e, in subordine, i questionari sociolinguistici e l'osservazione partecipante.
[3] La raccolta riempie un vuoto significativo in ambito scientifico: da quando infatti l'immigrazione è diventata anche in Italia un fenomeno rilevante, negli anni '80, la ricerca sociolinguistica si è particolarmente – quando non esclusivamente – concentrata sull'acquisizione e sull'uso dell'italiano da parte degli immigrati di prima generazione, sul ricorso al code-switching nelle conversazioni che coinvolgono l'italiano e le lingue degli immigrati e, più recentemente, con l'insediamento di molte comunità di immigrati e l'emergere delle seconde generazioni, sui fenomeni di mantenimento e cambiamento (shift) linguistico. Per lo più ignorati o appena sfiorati temi quali l'acquisizione e l'uso dei dialetti italo-romanzi da parte della popolazione immigrata. In questo senso, il volume ha il merito di puntare i riflettori da diverse angolature su una serie di fenomeni di grande rilevanza sociale e culturale.
[4] Mari D'Agostino ed Egle Mocciaro (cap. 2, pp. 19-46) ricorrono a metodologie mutuate dalla sociolinguistica e dagli studi acquisizionali per esaminare lo status e le funzioni del siciliano in contesto migratorio. I dati sui quali il loro studio si basa sono tratti da Mocciaro (2020): si tratta di venti interviste realizzate ad altrettanti migranti appena arrivati dall'Africa sub-sahariana e dal Bangladesh, di sesso maschile e di età compresa tra i 18 e i 30 anni – ospiti in un centro di accoglienza cittadino – che al momento della raccolta dati stavano acquisendo l'italiano in maniera spontanea, al di fuori di qualsiasi contesto guidato (pp. 30-31)1. Secondo le autrici, nel recente passato il siciliano era visto dai migranti come un we code (p. 21; sul concetto di we code cfr. Gumperz 1982) che ne favoriva il contatto con la popolazione locale – con cui condividevano gli stessi spazi all'interno della città. Da alcuni anni si assiste invece a nuove forme di migrazione, dalle caratteristiche assai diverse: in particolare, la giovane età dei migranti, l'assenza di reti familiari e l'inserimento in un sistema di accoglienza fortemente segregante rendono estremamente scarse le occasioni di contatto linguistico con la comunità locale, anche a causa dell'assenza di luoghi e lingue condivise. Ciò si traduce giocoforza in una scarsa o nulla esposizione non solo al siciliano, ma anche all'italiano, visto che nei centri di accoglienza la maggior parte degli scambi verbali tra migranti avviene in lingue altre, e che l'esposizione all'italiano ha luogo solo attraverso gli operatori dei centri di accoglienza o altri migranti. Queste condizioni portano i migranti a sviluppare un repertorio polilingue (Jørgensen 2008), nel quale «fragments of different languages coexist in individual repertoires and communicative practices» (p. 29). Tra i 'frammenti' di tale repertorio la marginalità assoluta del siciliano non è tanto il frutto di un diverso atteggiamento nei confronti di questa varietà italo-romanza, quanto il risultato della complessa relazione tra variabili quali le condizioni di segregazione nelle quali queste persone migranti vivono, l'assenza di un progetto di radicamento (l'Italia è vista dalla maggioranza degli intervistati come una tappa intermedia nel percorso di migrazione verso altre nazioni europee) e anche l'accesso alle reti sociali, fatto che promuove pratiche linguistiche in cui l'uso dell'italiano stesso diventa accessorio. In sintesi, un simile contesto non solo impedisce qualsiasi esposizione significativa al siciliano, ma rende problematica anche l'acquisizione della seconda lingua (l'italiano).
[5] Paolo Della Putta (cap. 3, pp. 47-75) indaga il repertorio linguistico di dieci cittadine ucraine residenti a Napoli, metropoli dialettale (De Blasi 2013) fortemente caratterizzata da dilalia (Berruto 1987), in cui l'italiano standard, l'italiano regionale e il napoletano coesistono nella comunicazione quotidiana. Gli atteggiamenti delle dieci parlanti nei confronti dell'uso e dello status del napoletano vengono esaminati da Paolo Della Putta a partire da interviste semi-spontanee. L'autore analizza in particolare la presenza (o meno) di tre tipiche variabili dello standard regionale campano nell'interlingua delle partecipanti, ovvero l'accusativo preposizionale (conosco a Lucia vs. conosco Lucia in italiano standard) e l'alternanza da un lato tra i verbi essere e stare (sto stanco vs. sono stanco in italiano standard) e dall'altro tra avere e tenere (tengo un problema vs. ho un problema in italiano standard). L'autore prende in considerazione anche i casi di commutazione di codice tra italiano e napoletano, analizzandone le funzioni comunicative. Dall'analisi emergono le valutazioni sostanzialmente negative nei confronti dell'uso e dello status del napoletano da parte delle partecipanti, il raro ricorso al code-switching (limitatamente alle informanti sposate con napoletani o con figli cresciuti a Napoli) e la forte preferenza per l'italiano standard, con una trascurabile influenza dell'italiano regionale per ciò che concerne i tratti sopra considerati.
[6] Lo studio di Fabiana Fusco (cap. 4, pp. 76-101) ha per teatro la città di Udine, nella quale – oltre all'italiano – si parla il friulano, una lingua romanza minoritaria ufficialmente riconosciuta dalla legge 482 del 15 dicembre 1999. Il capitolo presenta i risultati di una ricerca sui repertori linguistici degli alunni di origine immigrata (compresa la conoscenza e l'uso del friulano) attraverso l'uso di questionari sociolinguistici. Gli informanti coinvolti a partire dall'anno scolastico 2016-2017 sono alunni e alunne immigrati o aventi famiglie immigrate (in quest'ultimo caso, quindi, studenti di seconda generazione), di scuola primaria (1056; 13 le scuole coinvolte) e secondaria di primo (466, distribuiti in 6 scuole) e secondo grado (359 in 7 scuole). Dall'analisi dei dati emerge che l'italiano è la lingua principale che gli informanti usano per comunicare al di fuori dell'ambito familiare ma anche negli scambi con i fratelli e le sorelle (indizio in prospettiva di un chiaro shift linguistico intrafamiliare e intergenerazionale), mentre il friulano aggiunge valore al repertorio espressivo disponibile, anche se in una posizione del tutto marginale, almeno a giudicare dai risultati puramente numerici dei questionari. Secondo Fabiana Fusco, il friulano funge da we code (Gumperz 1982) per gli italiani locali, ma permette anche l'inclusione di bambini di origine immigrata e adolescenti che vivono e studiano negli stessi luoghi (p. 98).
[7] Francesco Goglia (cap. 5, pp. 102-123) analizza l'uso del veneto da parte dei nigeriani igbo residenti a Padova città e in provincia. La ricerca è motivata dal fatto che quello veneto è uno dei dialetti italo-romanzi più usati nella comunicazione quotidiana in ambiti sia pubblici, sia privati (p. 104). I dati discussi dall'autore provengono da due distinti corpora di interviste semi-strutturate realizzate a distanza di dodici anni l'una dall'altra – nel 2004 e nel 2016 – tra i nigeriani igbo giunti in Italia negli anni '90 per motivi di studio o di lavoro. Nello studio vengono analizzati in particolare i brani delle interviste in cui i partecipanti parlano della propria conoscenza e dell'uso del dialetto in due specifici ambiti comunicativi: nelle interazioni quotidiane e sul posto di lavoro. L'analisi dei dati mostra che i partecipanti privilegiano l'acquisizione dell'italiano standard, la lingua della comunicazione più ampia e più utile ai fini del proprio progetto di vita, e non scelgono attivamente di diventare nuovi parlanti (new speakers: cfr. tra gli altri O'Rourke, Pujolar & Ramallo 2015) della locale varietà veneta, considerata di status inferiore (p. 108). Tuttavia, a differenza di altri contesti territoriali in cui coesistono una lingua maggioritaria e una minoritaria e il dialetto, in quanto we code, viene riservato alle relazioni amicali e familiari, i partecipanti riferiscono di fare occasionalmente ricorso anche al veneto nelle interazioni con gli italiani locali, in particolare con gli anziani (spesso parlanti esclusivi di dialetto), e al lavoro. Le interazioni con colleghe e colleghi rendono sovente necessaria per gli immigrati l'acquisizione di una competenza ricettiva della variante italo-romanza, che diventa così parte del loro patrimonio professionale. Rivolgendosi agli immigrati in dialetto e includendoli nelle loro interazioni in dialetto – che viene addirittura imposto come scelta linguistica di default in alcuni ambiti – i parlanti veneti permettono così agli immigrati di diventare nuovi – ancorché riluttanti – parlanti del dialetto locale.
[8] Federica Guerini (cap. 6, pp. 124-146) descrive il caso degli immigrati ghanesi a Bergamo. Parlanti che in genere dispongono di un repertorio linguistico di per sé estremamente complesso (sovraccarico nei termini di Berruto 2018), all'arrivo in Italia gli immigrati ghanesi devono ristrutturare tale sistema per far posto alle varietà linguistiche parlate nell'area di insediamento. Questo studio qualitativo è basato su dati di varia natura: da un lato 37 ore di registrazioni di interviste semistrutturate e di interazioni faccia a faccia, realizzate nel 2001-2002 e nel 2007; dall'altro un map task somministrato nel 2017 a un gruppo di dieci cittadini ghanesi stabilitisi in Italia in tenera età e frequentanti diversi corsi di laurea dell'università di Bergamo. L'analisi dei dati, unita alla lunga fase di osservazione partecipante dell'autrice, rivela come l'interazione di tre fattori principali – vale a dire la mancanza di input, un atteggiamento prevalentemente negativo verso il dialetto e la mancanza di motivazione – alimenti una dinamica che rende altamente improbabile l'adozione della locale varietà italo-romanza all'interno del repertorio linguistico dei due gruppi di informanti coinvolti nella raccolta dati. Come osserva Federica Guerini, «competence in Italian is highly valued and regarded as a prerequisite for social integration and success in the local educational system, whereas the practical and social utility of Bergamasco is lightly dismissed» (p. 136).
[9] Lo studio di Raymond Siebetcheu (cap. 7, pp. 147-167) si concentra sul ruolo e sulla funzione assunta dall'italiano e dalle varietà italo-romanze nel complesso repertorio linguistico della comunità camerunense italiana. Si tratta di una ricerca panitaliana (l'unica nel suo genere all'interno del volume) che ha coinvolto 528 immigrati residenti in 15 diverse città. L'autore si è valso di tre differenti strumenti di indagine per la propria raccolta dati: un questionario, delle interviste e l'osservazione partecipante. Questa scelta metodologica è giustificata dall'autore con la necessità di mettere a confronto il plurilinguismo percepito con quello autodichiarato e quello effettivamente praticato nella comunità camerunense (p. 152). L'analisi dei dati rivela che la conoscenza dei dialetti italiani, quando viene dichiarata dai partecipanti, è collocabile nel livello basso del loro repertorio linguistico. Tale competenza è tuttavia marginale, visto che solo nell'8 % dei casi gli informanti dichiarano di usare – spesso o qualche volta – una delle varietà italo-romanze parlate nell'area di residenza (pp. 154-155). I dialetti italiani rivestono quindi un ruolo secondario nella comunità camerunense, che – al pari di quella ghanese descritta da Federica Guerini – preferisce investire nel francese e nell'italiano per avere maggiori opportunità di lavoro nel lungo periodo. Tuttavia, nonostante la bassa percentuale di partecipanti che dichiarano di utilizzare il dialetto, per l'autore questo studio mostra anche che le varietà italo-romanze stanno gradualmente trovando spazio nei comportamenti linguistici dei camerunesi, soprattutto grazie alla presenza di coniugi italiani in famiglia, ma anche come risultato dei contatti che i bambini camerunesi stabiliscono con i propri pari nelle diverse località di residenza.
[10] Lo studio di Maya A. Smith (cap. 8, pp. 168-195) ha come obiettivo la comunità senegalese a Roma, di cui l'autrice esplora pratiche linguistiche e atteggiamenti mentre i suoi informanti riflettono sulle proprie esperienze con l'italiano standard, con i registri informali dell'italiano, con il romanesco e con altri dialetti italo-romanzi. Al pari di quella ghanese analizzata da Federica Guerini (cap. 6) e di quella camerunese studiata da Raymond Siebetcheu (cap. 7), anche la diaspora senegalese presenta un repertorio linguistico alquanto complesso: se infatti la maggioranza degli informanti è parlante nativa di wolof, Maya A. Smith fa notare come molti di essi siano competenti anche in lingue come il pulaar, il sereer e lo jola; a queste si aggiungono in molti casi il francese, l'inglese e lo spagnolo. Per forza di cose tutto ciò interagisce in maniera multiforme con l'altrettanto intricato panorama linguistico del nuovo paese di residenza. Nell'arco di tre mesi, nel 2010, Maya A. Smith ha realizzato interviste semi-strutturate e osservazioni partecipanti, registrando anche conversazioni naturali e prendendo molti appunti sulle interazioni con 25 persone di origine senegalese (17 uomini e otto donne di età compresa tra i 23 e i 42 anni). Di queste, tre sono diventate le informanti che la studiosa ha seguito regolarmente, mentre nel capitolo sono nove quelle che vengono presentate a chi legge. In questo studio l'autrice analizza il modo in cui i migranti senegalesi a Roma navigano tra le ideologie linguistiche della società italiana (ad esempio, i discorsi dominanti sulla lingua standard e sul dialetto) e gli atteggiamenti linguistici che essi portano con sé, e in particolare le complesse idee sulla lingua acquisite attraverso la socializzazione primaria e la scuola, in Senegal e in altre nazioni. Se una parte delle persone intervistate da Maya A. Smith privilegia ideologie linguistiche che potremmo definire tradizionali, nel senso che assegnano all'italiano standard maggiore importanza e prestigio, altri informanti riconoscono il valore – anche affettivo – del romanesco quale veicolo di integrazione nella comunità autoctona, mentre altri ancora hanno interessi che dal punto di vista linguistico vanno ben oltre i confini di Roma, e che riflettono progetti di vita differenti rispetto a quelli dei primi due gruppi: come afferma Maya A. Smith, per queste persone «[l]earning [other] local varieties [is] instead part of a larger practice of multilingual mobility» (p. 192). Attraverso le riflessioni sulle loro esperienze con l'italiano standard, i registri informali dell'italiano, il romanesco e altri dialetti italo-romanzi, i partecipanti allo studio di Maya A. Smith mostrano non solo come usano e discutono la lingua, ma anche come si posizionano linguisticamente nella loro nuova società.
[11] Valeria Villa-Perez (cap. 9, pp. 196-221) analizza le rappresentazioni sociolinguistiche dei dialetti e delle varietà regionali italiane da parte di immigrati adulti di diverse nazionalità. La ricerca si basa su 51 interviste effettuate tra il 2009 e il 2014 sul posto di lavoro degli informanti, in Emilia-Romagna, una regione in cui l'uso del dialetto – pur inferiore a quello registrato in altre aree – dimostra ancora una certa vitalità (pp. 203-204). I partecipanti alla raccolta dati avevano età comprese tra i 18 e i 60 anni, erano plurilingui e il loro periodo di residenza in Italia andava da un minimo di uno a un massimo di dieci anni. La teoria della rappresentazione (cfr. tra gli altri Rateau & Lo Monaco 2013) offre all'autrice lo strumento per studiare il ruolo dei dialetti e delle varietà regionali di italiano nel processo di integrazione sociale e nell'esperienza di apprendimento linguistico degli immigrati all'interno del contesto multilingue in cui risiedono e lavorano. L'analisi dei dati consente a Valeria Villa-Perez di concludere da un lato che l'elaborazione delle rappresentazioni dei dialetti emiliano-romagnoli da parte dei partecipanti allo studio non è svincolata dalle rappresentazioni che ne hanno gli autoctoni; dall'altro, che le persone migranti intervistate hanno un certo livello di conoscenza (sia attiva sia, più spesso, passiva) dei dialetti parlati in Emilia Romagna e in altre zone d'Italia (p. 216), fatto che – almeno in potenza – potrebbe farne dei new speakers di dialetto. Valeria Villa-Perez conclude il proprio saggio chiamando in causa la nozione di parlante evanescente - coniata da Moretti (2014: 235) – per definire il profilo sociolinguistico degli immigrati in quanto parlanti con competenze solo frammentarie dei dialetti locali, che hanno appreso involontariamente e solo parzialmente a causa della scarsa esposizione a varietà linguistiche saldamente subordinate alla lingua dominante, l'italiano.
[12] L'ultimo saggio del volume, scritto da Matthias Wolny (cap. 10, pp. 222-252), si sofferma sul caso delle badanti di origine moldava residenti in un territorio ampiamente dialettofono quale quello della città di Venezia. È comune che in Italia l'assistenza agli anziani venga prestata a domicilio da migranti ('badanti') provenienti dall'Europa orientale, che frequentemente vivono con i propri assistiti (Ambrosini 2004). La peculiarità di Venezia è rappresentata dal fatto che la popolazione anziana ivi residente, fruitrice in massima parte di questo tipo di assistenza privata, è spesso quasi esclusivamente dialettofona. Al centro dell'analisi di Matthias Wolny ci sono i repertori (Busch 2013; Gumperz 1964) o toolkit comunicativi (Lüdi 2011) più o meno completi (cfr. Blommaert 2010 sul concetto di truncated repertoires) di queste badanti, il valore che esse assegnano al dialetto veneziano e le strategie che mettono in atto per affrontare le difficoltà comunicative della vita di tutti i giorni, soprattutto per ciò che riguarda i riflessi sul loro quotidiano di una comunicazione che si svolge soprattutto in dialetto. I dati su cui si basa la ricerca – raccolti dal ricercatore tra il 2009 e il 2015 come parte di una più ampia ricerca svolta in provincia di Venezia – sono costituiti principalmente da 26 interviste semi-strutturate (per un totale di 14 ore di registrazione) e da note etnografiche. Lo studio ha tre foci: a) il ruolo giocato dal dialetto nei repertori comunicativi delle badanti; b) il valore assegnato dalle partecipanti al dialetto; c) le strategie applicate dalle informanti per misurarsi con l'impatto del dialetto sul loro repertorio e sui compiti – comunicativi e non – che devono affrontare. I risultati mostrano come le partecipanti, spesso giunte a Venezia dopo un periodo di studio autonomo dell'italiano standard nel paese d'origine, assegnino generalmente (anche se non univocamente) un valore negativo al dialetto, che viene visto non tanto come una risorsa ma come un impedimento per i propri progetti di vita a medio/lungo termine. Il dialetto – sotto forma di espressioni e chunk isolati – viene appreso in maniera più casuale che deliberata, e ha un posto tutto sommato marginale nel repertorio delle intervistate.
[13] L'agile volume di Francesco Goglia e Matthias Wolny ha il merito di fare per la prima volta luce da angolature diverse sui processi di accomodamento linguistico che vedono protagoniste le persone migranti stabilitesi sul territorio italiano, con un interesse particolare per il ruolo svolto in tale processo dalle varietà italo-romanze. Come ci ricorda Goglia (2018: 707), la posizione dei dialetti nei repertori dei migranti «will vary according to the regions where immigrants live, the kind of work they take up, and their level of integration into the host society», e infatti ciò che emerge chiaramente in questi studi è proprio la complessa interazione che si stabilisce tra le dimensioni di variazione (linguistica e diatopica in primo luogo, ma anche diastratica, diamesica e diafasica) da un lato, e l'insieme variegato di conoscenze, credenze e ideologie di cui i/le migranti sono porta/trici/tori attiv/e/i, dall'altro. A ciò si aggiunge l'asse diacronico, dal momento che i figli e le figlie delle prime generazioni di migranti vivono in modo del tutto diverso rispetto ai genitori il rapporto con la lingua italiana e con le varietà italo-romanze parlate nel territorio di residenza. Gli studi di questa raccolta non sono di certo esaustivi, lasciando nell'ombra ampie zone del paese che ci auguriamo siano indagate in futuro, ma ci permettono di osservare chiare tendenze: una su tutte, la netta predilezione per l'italiano espressa da quasi tutti i gruppi di informanti coinvolti, a cui tuttavia si accompagna un processo di acquisizione di diverse varietà italo-romanze che – per quanto involontario, incompleto e limitato – ha significative ricadute sui repertori linguistici delle persone coinvolte nei diversi studi. Per ciò che concerne la teoria e il metodo, si sente forse la mancanza di approcci e apporti diversi – integrativi e non alternativi, sia ben chiaro – da quelli utilizzati in questa sede, che siano capaci di portare alla luce la complessità dei modi in cui le persone immigrate utilizzano nella propria quotidianità le varietà linguistiche di cui dispongono, per realizzare azioni concrete all'interno di contesti interazionali concreti: come sottolinea infatti Iannàccaro (2011: 140), le risposte date dai partecipanti a questionari e interviste normalmente riflettono le loro ideologie piuttosto che offrire una descrizione oggettiva della maniera in cui queste persone contribuiscono, nel qui e ora dell'interazione, a creare e ricreare il paesaggio linguistico nel quale agiscono e di cui sono senza ombra di dubbio pars construens.
Abbreviazioni e riferimenti bibliografici
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1 A distanza di due anni dalla prima raccolta dati, conclusasi all'inizio del 2019, le autrici affermano di essere riuscite a rintracciare per una seconda intervista solo tre dei venti informanti inizialmente coinvolti nel progetto (pp. 31-32).